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Si nasce con
un dialetto in bocca
di Vittorio Polli

Si nasce con un dialetto in bocca. È il dialetto della propria origine, coi suoni e le inflessioni della voce giusti, tipici, determinanti: simili al profilo della propria terra, coi motivi cantati di una regione. Il dialetto sta in bocca come un buon sapore, come l'acqua delle fontane, oppure come una musica conosciuta; si possono dimenticare le lingue imparate, ma il dialetto resta nel fondo della gola coi suoi speciali suoni, i gorghi, gli arresti, e i canti. 

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Il nostro è uno dei più ostili all'orecchio del forestiero: suona sgradito quasi come una favella straniera. E per certo nelle lontane origini, la formazione delle parole e dell'accento hanno avuto influenze di vive voci forestiere e di radici sonore d'altre contrade; non assomiglia infatti a nessuno dei linguaggi delle regioni vicine, ma assomiglia al volto della gente. Non so se le lingue vengono considerate come espressioni dirette dalla razza. Il mio dialetto è come un personaggio: disceso dalle strade delle nostre valli, porta con sé una gran quantità di paragoni di immagini, suoni, di similitudini che sembrano essere come i nostri boschi, gli impetuosi torrenti, le case solitarie, le preghiere cantate dell'uomo, i cori delle chiese, il grido dei selvatici; e s'annuncia coi suoni più strani, suoni e voci assai simili all'idioma tedesco o inglese. Non ha grazia all'orecchio di chi ascolta, ma dà sensazioni di forza; senza avere le costruzioni sintattiche involute proprie delle lingue nobili, ha una cruda immediatezza, un preciso potere di definizione. 

E dà gusto a parlarlo, e anche ad ascoltarsi mentre lo si parla; perché trascorsi anni di vita, disciolti i suoni della voce in varie lingue ognuno se lo ritrova in bocca come un mazzetto di erbe nostrane e lo ributta fuori con assoluta fedeltà come un ruminante. L'interlocutore occasionale risentiva della vinosa sera di sabato e di un alto risveglio mattutino; stava mangiando erbe scelte dal suo istinto, nel prato tra altre mille; erbe odorose di menta, erbe aromatiche e amare, contro i mali delle molte libagioni; parlava basso e nella sua roca gola di bevitore, l'aspirazione delle parole era più aspra della mia; veniva da un' altra valle, dove i suoni sono più masticati e le parole più rotte. Rispondevo sentendomi parlare come un ripetitore meccanico: intorno c'era il verde di giugno incantevole; avevo in bocca le antiche parole del mio dialetto che procuravano con giustezza e arguzia le risposte e definivano con similitudini essenziali, i sentimenti. L'anno era nel suo più alto fiorire, con la luce, il silenzio e il verde delle colline circostanti; una mattina fortunata nei cammini intorno a San Vigilio con le immagini e i suoni creati dalle parole del dialetto. 
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Le antiche case delle nostre montagne
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Le antiche case delle nostre montagne, nacquero in un tempo ormai lontano, da uomini soli, nacquero solitarie nei luoghi dove si poteva trovare da vivere per una famiglia. Questi uomini cercavano un posto dove poter lavorare, dove ripararsi dalle intemperie, dove dormire le ore del buio. L'edificio nacque sopra un terreno acquistato, che diventava la "sua terra"; intorno non c'era nessuno: solo montagne, boschi, prati, sguardi lontani e cielo. 

L'uomo solitario aveva in tal modo creato, comprando la terra, il suo regno: aveva creato ciò che non aveva potuto fare altrove, il suo potere e la sua libertà. Era pronto per cominciare la lotta, da condurre con determinazione e da solo, contro le avversità, le fatiche contro il male: ma soprattutto contro le inclemenze della natura prodigiosa, per poter campare con la sua gente. Il suo modo di vita si adatterà all'ambiente e sarà utile e duttile come fosse uno strumento di lavoro, buono per ogni necessità. Il contadino imparerà a far molto con le sue mani, e saprà adattare la sua opera al luogo, al clima e alle stagioni. 
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Dall' inizio seppe che avrebbe incontrato molte difficoltà, ma nel momento stesso avvertì che quella nuova vita scorreva con il suo sangue, e che sarebbe andato assai lontano, pur senza sapere dove. Seppe che bisognava credere in se stesso, nella propria forza e nell' aiuto di Dio. Casa, terra, ambiente e uomo, la sua opera sarà diretta a vincere le necessità, che la nuova esistenza veniva creando; la soluzione delle improvvise difficoltà, sarebbe venuta dal mistero della sua mente, che era l'unica forza a guidarlo per un cammino soltanto suo. 
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La casa solitaria diventerà presto la culla degli avvenimenti della sua famiglia, le stanze si animeranno di gente, di sentimenti, di pensieri, di tempeste e di serenità. Vita e morte si alterneranno, all' interno di quei muri insieme al tempo creatore e distruttore. Il connubio tra l'uomo e la sua dimora, tra l'uomo e la sua terra, acquisteranno duratura sostanza come gli eventi naturali, le stagioni, la salute, il bene e il male: come la vita e la morte. Da quelle remote lontananze, dal momento dell'incerto inizio, l'uomo visse e vive della terra e della casa. 


Tratto dai Quaderni Brembani 2002 
Centro storico Culturale della Valle Brembana - www.culturabrembana.com


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