SCOPERTE
STORICHE SUGLI ANTICHI
EDIFICI
DI TORCHIO E MULINO DELLA
CONTRADA
ORO-DENTRO DI BARESI
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di Giuseppe Pesenti
Il torchio e il mulino in questione sono
alloggiati in un unico e grandioso edificio a più corpi, vicino
al torrente denominato Valsecca, e risultavano funzionanti, sia pure in
modo intermittente, fino a pochi anni dopo la seconda guerra mondiale mentre
erano pienamente attivi prima della medesima guerra. |
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Gli attuali proprietari Gervasoni sono
i discendenti diretti, e in parte indiretti, di Gervasoni Domenico, Camillo,
Giovanna, Maria e Luigia, fratelli e sorelle, i quali avevano ereditato
i due edifici nel 1935 alla morte del loro padre Carlo. Questi fratelli
e sorelle si suddivisero in seguito definitivamente nel 1942.
Gervasoni Carlo, unico proprietario in
quel periodo, tra la fine del XIX secolo e il 1935 aveva potenziato notevolmente
l'attività di torchiatura che consisteva principalmente nello schiacciare
noci per trarne olio e raspe di uva per ricavarne acquavite sia pure in
misura più limitata e occasionale. Il mulino invece produceva farina
bianca da frumento e miglio e farina gialla da granoturco per tutta la
zona di Bordogna e Roncobello. Frumento e granoturco giungevano sino a
Baresi a dorso di mulo provenienti di norma dalla pianura o dalla bassa
Valle Brembana, ma a volte anche dalla media valle Seriana attraverso il
passo Branchino. Può essere utile ricordare che il granoturco, originario
delle Americhe nonostante il suo nome, giunse nella nostra valle per la
prima volta attorno al 1630 e che a questa data risale l’uso, diventato
tradizione assai radicata in tutto il Bergamasco, della polenta.
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| Il padre di Carlo Gervasoni,
Giacomo, visse per quasi tutto il corso del secolo XIX ed a lui risultano
intestati al momento della nascita del catasto austriaco, nel 1853, i due
edifici che sulle mappe di quel periodo appaiono adiacenti ed azionati
dall'acqua della medesima roggia o seriosa, come allora si diceva nei documenti
notarili.
Nel 1807 il nonno di Giacomo, Gervasoni
Benedetto Antonio fu Giacomo, risultava proprietario di tre odifici: il
torchio, il mulino ed un edificio da pesta adiacente ai primi due e sempre
azionato dalla stessa roggia. Anche la pesta permetteva di macinare
frumento, miglio, granoturco e avena attraverso però un metodo di
percussione e non di sfregamento tra pietre levigate come avviene per il
mulino. |
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Il vecchio
Torchio e Mulino
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Essa rappresentava il modo di triturare
le granaglie che si usava di norma molti secoli prima, in pieno Medioevo,
quando queste attività erano svolte a mano per mezzo di un pestello
di pietra non essendo stata ancora introdotta la tecnica dello sfruttamento
della forza dell'acqua in caduta libera. La frantumazione dell'avena serviva
per preparare un impasto da dare, in modo occasionale, come cibo supplementare
agli animali ma non di rado esso veniva consumato anche dagli uomini quando
il frumento e il granoturco scarseggiavano. Vi è notizia che la
pesta di Baresi-Oro Dentro funzionò varie volte con questo scopo
specie durante il periodo veramente drammatico della carestia e della pestilenza
descritte dal Manzoni, nel suo noto romanzo, negli anni compresi tra il
1625 e il 1635.
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Contrada
Oro Dentro di Baresi
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Prima del XIX secolo, quando
le miniere di ferro dell'alta valle Brembana a nord di Carona producevano
ancora discrete quantità di ferro, la pesta in questione risultava
essere invece una fucina o maglio dove si lavorava il ferro per costruire
e vendere vari attrezzi di lavoro per l'agricoltura: zappe, vanghe, badili,
picconi, martelli, rastrelli, falci, asce e altri simili. Questa attività
si svolgeva in modo contemporaneo con quelle del torchio e del mulino ed
erano gestite rispettivamente da tre fratelli sempre della famiglia Gervasoni.
Il più anziano di loro su cui cadeva la responsabilità dell'intero
complesso si chiamava Giacomo ed era il padre di Benedetto Antonio già
citato. |
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Tutto ciò accadeva attorno al 1760.
Il periodo che va dal 1710 al 1780 circa deve essere considerato il migliore
dal punto di vista della quantità di lavoro e del rendimento di
questa azienda famigliare che si avvaleva anche di alcuni operai ed era
nota in tutta l’alta Valle Brembana. Il minerale di ferro scendeva da Carona
a Branzi e poi giù a Isola di Fondra, da dove, per mezzo di una
mulattiera in sostanza pianeggiante e ancora esistente sulla sinistra orografica
di quel ramo del Brembo, giungeva a Bordogna e a Baresi. Nei primi anni
del 1700 un antenato di Giacomo, Gervasoni Salvatore fu Carlo, accese un
mutuo con la Fabbriceria della chiesa parrocchiale di Baresi per poter
ingrandire i tre opifici e soprattutto per dare una sistemazione migliore
alla roggia in modo da ottenere una cascata d'acqua più alta di
prima con lo scopo di avere più forza a disposizione. Ciò
corrisponde alla trasformazione dell’antico e preesistente mulino in fucina
o maglio. A conferma indiretta di ciò vi è da dire che su
un traliccio di legno del mulino si osserva ancora oggi in bella evidenza
la data incisa 1674, su un supporto sempre in legno del torchio la data
1677 mentre su una colonna enorme di pietra, che sostiene il torchio, la
data 1783. Queste date, è bene precisare, non indicano la nascita
di queste strumentazioni ma le varie ristrutturazioni avvenute nel corso
dei tempi, come risulta dai numerosi documenti notarili.
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| Prima del XVIII secolo le
notizie si fanno frammentarie. Non esiste più il maglio ma solo
il torchio ed il mulino e comunque essi risultano di proprietà ancora
di antenati dei Gervasoni indicati, sempre nati e residenti nella contrada
Oro Dentro, facente parte dell’antico comune di Baresi. Il documento ufficiale
più antico che assicura l'esistenza del torchio e del mulino in
questa località risale al 1615. In esso si dice che il torchio ed
il mulino esistono già da tempo, tramandatisi di generazione in
generazione sempre all’interno della famiglia Gervasoni, ma non si precisa
da quando. Perciò si deve concludere ragionevolmente che la loro
origine è comunque assai più antica. |
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Antico
ponticello che porta alla Contrada Valsecca
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Durante il corso del 1700 e del 1800 la
storia degli opifici Gervasoni si intreccia con quella di altri due: un
mulino ed una segheria, sempre ad acqua, posti circa 200 metri più
a valle del torchio ed alimentati da un prolungamento della medesima seriola
o roggia. Sul finire del 1800 questi edifici risultano di proprietà
rispettivamente di Milesi Vincenzo fu Giovanni di Bordogna e di Bonetti
Gaetano fu Giusto di Baresi, contrada di Oro Fuori. Tuttavia il Milesi
ed il Bonetti avevano acquisito questi immobili in parte per compravendita
e in parte per via ereditaria, attraverso le mogli, da alcuni Gervasoni
pure della contrada di Oro Fuori che risultavano imparentati a quell'epoca
con i Gervasoni proprietari del torchio come risulta dal catasto austriaco
e prima ancora da quello napoleonico. In secoli precedenti è molto
probabile dunque che fosse un'unica famiglia Gervasoni ad essere proprietaria
di tutti questi immobili, una famiglia che godeva di grande prestigio e
considerazione in tutta l’alta valle.
Anche questo secondo mulino e la segheria
risultano molto antichi poichè i documenti che certificano la loro
esistenza e affermano che essi esistono già da parecchio tempo (ab
immemorabile) risalgono ai primissimi anni del 1700. Anche se la
loro origine effettiva rimane per il mo-mento sconosciuta, essendo ancora
in corso le ricerche archivistiche, è sperabile che questi opifici
raccolgano l'attenzione delle autorità locali competenti affinchè
possano sopravvivere degnamente come testimonianze preziose di un lungo
e glorioso passato economico, storico e culturale della Valle Brembana.
Tratto
dai Quaderni Brembani 2002
Centro
storico Culturale della Valle Brembana - www.culturabrembana.com
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